30 aprile 2026
Gesù non ha seguito l’invito da parte dei suoi fratelli in Galilea di andare a Gerusalemme per manifestarsi ai Giudei e imporsi loro con i suoi miracoli. Ma mentre glielo chiedevano, di fatto, non credevano in lui, non aderivano alla sua parola, ci dice Giovanni nei versetti precedenti il nostro brano.
28 aprile 2026
Gesù è il pane disceso dal cielo: la sua vita intera, accolta in noi, ci dà vita perché è la Parola, è il Verbo che già dall’in principio era presso Dio e a lui rivolto. L’evangelista Giovanni dice di Gesù ciò che in tutta la Bibbia è detto della parola di Dio. Gesù è pane per la nostra fame, luce che illumina i ciechi che siamo, acqua sorgiva che disseta e ridà vita al deserto che ci abita perché è l’incarnazione della parola di Dio: dunque potenza di vocazione, di compassione e di resurrezione, forza di ricominciare sempre dopo ogni morte.
25 aprile 2026
Il vangelo di Marco terminava in realtà al v. 8 del capitolo 16. Un giovane vestito di bianco ha invitato le donne andate al sepolcro a non avere paura e a dire ai discepoli di ritornare in Galilea, nel luogo dove tutto ha avuto inizio, a ricominciare di nuovo la sequela dietro al Risorto che li precede, cammina davanti a loro, indicando la via; ma le donne fuggirono dal sepolcro stupite e spaventate e “non dissero niente a nessuno, perché erano impaurite” (Mc 16,8).
23 aprile 2026
In questo brano nulla è detto dell’insegnamento di Gesù: esso avrà luogo l’indomani, dall’altra parte del mare, dopo una notte passata da Gesù da solo in preghiera. Qui l’insegnamento è dato dal segno stesso, il segno del pane a sazietà è insegnamento. C’è la folla che segue Gesù per “i segni che operava sugli infermi”, una folla dunque che cerca guarigione per sé o per gli infermi in mezzo a sé, eppure Gesù non guarisce nessuno, ma sembra voler condurre la folla a un’altra consapevolezza di infermità, sanare un’altra carenza di vita piena, saziare un’altra fame.