L'amore di Dio è già dentro di noi

Foto di R G su Unsplash
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2 gennaio 2026

Dal Vangelo secondo Matteo- Mt 19,9-12 (Lezionario di Bose)

In quel tempo, Gesù disse ad alcuni farisei: 9«Chiunque ripudia la propria moglie, se non in caso di unione illegittima, e ne sposa un'altra, commette adulterio».
10Gli dissero i suoi discepoli: «Se questa è la situazione dell'uomo rispetto alla donna, non conviene sposarsi». 11Egli rispose loro: «Non tutti capiscono questa parola, ma solo coloro ai quali è stato concesso. 12Infatti vi sono eunuchi che sono nati così dal grembo della madre, e ve ne sono altri che sono stati resi tali dagli uomini, e ve ne sono altri ancora che si sono resi tali per il regno dei cieli. Chi può capire, capisca».


Rispondendo a chi vuole metterlo alla prova sul tema del ripudio, Gesù rimanda all’origine del disegno di amore di Dio: Dio ha creato l’uomo e la donna perché fossero una carne sola. Incalzato, Gesù sottolinea che Mosè, il grande legislatore del popolo dell’Alleanza, aveva “permesso” il ripudio (non aveva dato un “ordine” o un diritto arbitrario del marito) a causa della durezza del loro cuore. Il cuore indurito è un cuore chiuso in se stesso, un cuore che non ascolta, che si rende impermeabile alla Parola di Dio, alla sua presenza nella storia.

Ed ecco la reazione dei discepoli: “Allora non conviene prender moglie”. Gesù alza la posta: l’amore, potremmo dire, richiede in ogni caso un’interezza, e si può vivere anche non nel matrimonio, che secondo la Scrittura è e resta una benedizione. Parlando di “eunuchi”, Gesù colpisce perché svela innanzitutto una mancanza. Una mancanza è qualcosa di stridente: si sta parlando di una possibilità di amore, che rimanda dunque a una pienezza, e viene posta davanti qualcosa che manca! 

Gesù si riferisce alla possibilità della vita di celibato per il regno dei cieli, per il regnare di Dio che può espandersi nel presente di ciascuno. Una possibilità di mancanza, di “vuoto”, che non a tutti è dato di vivere. Una “non coniugabilità” che può essere naturale oppure indotta oppure, ed è ciò che qui interessa, riconosciuta e accolta come spazio di dilatazione dall’amore, come segno dell’avvicinarsi del regno dei cieli. Perché l’amore è comunque un dono, dono da custodire e far crescere. Il dono viene fatto a ciascuno perché, in diverse forme, la nostra vita possa essere piena, possa essere una vita amante

“Chi può capire, capisca” significa letteralmente: “chi può far spazio, faccia spazio”. Chi può far spazio in sé a questa Parola, la accolga e viva di essa. Sempre la Parola, nelle sue diverse sfaccettature, può plasmare e far fiorire la nostra vita.

Oggi facciamo memoria di un padre comune alle Chiese d’oriente e d’occidente, monaco e pastore che ha accolto questa Parola, che ha amato la Scrittura tanto da farne la sua regola di vita: Basilio di Cesarea, vero maestro di vita cristiana. Egli ha cercato di vivere alla presenza del Signore con mente non distratta, nutrendo in sé la memoria di Dio e coltivando “pensieri di gratitudine” insieme al “ricordo incessante dei beni ricevuti da Dio” (Regole brevi 157). 

Per lui di primaria importanza è l’amore per Dio, cui segue immediatamente l’amore per il prossimo. L’amore di Dio, egli sostiene, non lo si può insegnare dal momento che è già presente in ognuno di noi, ci è stato donato al momento della creazione, è già dentro di noi come un seme, si dilata alla scuola degli insegnamenti del Signore secondo i quali “da lui abbiamo ricevuto in anticipo anche le forze per compierli” (Regole lunghe 2,1). 

Inoltre l’uomo è “un essere mite e socievole”, perché “non vi è niente di più proprio alla nostra natura delle relazioni reciproche, del bisogno vicendevole, dell’amore per il nostro simile” (Regole lunghe 3,1). A ciascuno è data la grazia e la possibilità di coltivare il seme della comunione, della koinonìa, che è servizio reciproco, comunione di beni e fraternità.

sorella Silvia


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