Allo specchio delle nostre incoerenze

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27 settembre 2026

Matteo Matteo 21,28-32
XXVI domenica del tempo ordinario
di fratel Matteo


“Perché mi invocate: ‘Signore, Signore!’ e non fate quello che dico?” (Lc 6,46). “Non chi dice: ‘Signore, Signore’, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio” (Mt 7,21). Basterebbero queste parole dello stesso Gesù quale migliore, più incisivo, commento alla parabola dei “due figli” (v. 28). La “parabola delle due incoerenze” (L. Pozzoli), che parla di chi dice e non fa, ma soprattutto di chi dice: “Sì, Signore”, ma poi resta dov’è, non si muove (cf. v. 30). La parabola dal significato escatologico, che parla di chi non si muove verso il Regno con il desiderio e la speranza di prenderne parte. La parabola, dunque, che parla di noi, che, come i sacerdoti e gli anziani cui il racconto narrativamente si indirizza, siamo tra coloro che “dicono e non fanno” (Mt 23,3). Parla di noi tutti che viviamo nell’incoerenza, nella contraddizione, cioè viviamo nel peccato: perché il peccato, in fondo, non è altro che una forma di incoerenza. È come un “no”, detto dopo che poco prima – nella preghiera, nell’ascolto della Parola, nell’eucaristia – avevamo proclamato, perfino gioiosamente, il nostro “sì” a fare la volontà del Padre.

La parabola mette in contrasto due risposte assolutamente antitetiche ed estreme. Due risposte per racchiudere, in realtà, le mille sfumature di risposte umane che vi stanno frammezzo, i mille modi in cui possiamo vivere l’incoerenza delle nostre risposte alla parola del Signore; i mille giochi che inventiamo per evadere una risposta chiara, franca, convinta, decisa; i mille sotterfugi che apprestiamo per evadere un “sì” che sia “sì” ed eventualmente un “no” che sia “no”. La parabola svela i nostri lacci interiori, nascosti, che ci impediscono di formulare una terza risposta, che è quella che il Signore si attende: una risposta coerente, cioè libera e responsabile, che dica non un qualsiasi “sì”, ma il “sì” dell’amore, la sola realtà che, qualora vissuta nella verità e nell’autenticità, dice senza contraddizioni la qualità della nostra fede, la vera carne di cui è fatta la nostra fede.

La parabola è infatti anche la parabola della fede e del pentimento: “Voi a Giovanni non avete creduto – dice Gesù riferendosi implicitamente anche all’incredulità mostrata verso di lui –, mentre gli hanno creduto pubblicani e prostitute. Voi avete visto … ma non vi siete nemmeno pentiti così da credergli” (v. 32), così da mostrare di credere, appunto. Pubblicani e prostitute hanno mostrato di credere con un gesto concreto, preciso, puntuale, e dunque coerente: il gesto del pentimento, cioè il mutamento di pensiero e di vita. Un gesto potente, che irradia una grande luce, come ha scritto un autore spirituale russo: “Chi si pente può irradiare una grande luce, spesso ancor più luminosa di coloro che fin dall’inizio non sono mai caduti” (A. Troepol’skij). Una luce che va oltre, più alta e più grande, una luce più sfolgorante che traduce in immagine le parole di Gesù: “Pubblicani e prostitute vi passano avanti – vi stanno oltre, più in alto – nel regno di Dio” (v. 31). Nel Regno pubblicani e prostitute brilleranno come il sole, alla pari dei giusti, anzi divenuti essi stessi giusti perché giustificati dalla loro fede nata dal pentimento.

Pubblicani e prostitute hanno accolto quell’invito a lavorare nella vigna, hanno incarnato l’immagine del figlio che “si pentì” (v. 29) e passò dal “no” al “sì”, dal rifiuto dell’invito alla sua accoglienza. Di questo figlio la parabola evangelica dice che fu paenitentia motus, “mosso dal pentimento”, “spinto dal rincrescimento”. Un gesto di fede e di amore lo ha fatto muovere, lo ha smosso dalla situazione in cui era. È stato sapientemente scritto che “l’amore non esiste, esistono solo gesti d’amore” (A. Malraux). Così potremmo dire, forse, anche della fede: “La fede non esiste, esistono solo gesti di fede”, e, tra questi gesti, il pentimento è il primo.

Ma l’importante non è, in fondo, ciò che i pubblicani o le prostitu­te hanno fatto, e nemmeno ciò che noi facciamo: rilevanti non siamo noi né le nostre azioni, perché l’evangelo non è una morale da mettere in pratica. È invece l’annuncio sempre rinnovato della gioiosa noti­zia di ciò che Dio ha fatto e fa per noi. La vera domanda non è pertanto come comportarci, ma come si com­porta Dio. E il suo è un atteggiamento sorprendente: lo “vediamo” rivelato dall’incondizionata acco­glienza che Gesù riservò ai pubblicani e alle prostitute: questa è ciò che li ha trasformati. Perché in quel gesto hanno sperimentato che, inaspettatamente e gratuitamente, il loro fallimento, la loro rivolta, la loro vita disordi­nata o disonesta – di cui erano ben coscienti – non veniva condannata, ma era accolta per ciò che era: una sofferenza.

Scopriamo allora che il nostro “sì” trova il suo senso vero non già quando lo compren­diamo come ciò che dobbiamo fare per piacere a Dio, ma come la nostra risposta stupefatta all’amo­re e all’accoglienza che Dio ci ha riservato prima che noi glieli chiedessimo. Il nostro “sì” non è stato il primo passo che ci per­metteva di aspettare da Dio una sua risposta; è stato invece la nostra risposta al primo passo compiuto da Dio nei nostri con­fronti, la nostra risposta al suo amore.